Genitori a tempo pieno – Perché non si pensa agli effetti dell’emergenza sui bambini?

Pubblicato da Vanessa Niri
Tratto WIRED

La notizia più recente, rispetto alla condizione degli oltre 10 milioni di bambini e ragazzi italiani chiusi in casa da settimane, è quella che riguarda gli scaffali di cartoleria dei supermercati Esselunga di Milano. Tra pennarelli, blocchi e matite sono apparsi cartelli che recitano “non è possibile acquistare i prodotti presenti in quest’area”, perché non si tratta di beni di prima necessità. I cartelli all’Esselunga hanno sollevato uno sdegno diffuso, ma sono soltanto la punta dell’iceberg di una sottovalutazione completa, totale e diffusa dei bisogni dei bambini in questa situazione di emergenza.

Molto prima dell’eccesso di scrupolo che ha portato al blocco delle vendite dei pennarelli, infatti, è stato lo stesso Dpcm dell’11 marzo a non includere alcuna attenzione specifica rispetto alla situazione dei minori, se non per confermare la chiusura di scuole e attività educative, avviando formalmente la didattica a distanza.

Si tratta di una mancanza di attenzione molto grave, in particolare se paragonata ad altre deroghe che sono state invece tenute in considerazione in modo specifico (in particolare gli amanti del jogging e i padroni dei cani, ai quali è consentito uscire senza rischiare di venire fermati dai controlli).

Inevitabilmente, sui social network è immediatamente nata la discussione tra i genitori che non fanno uscire i figli da ormai quattro settimane e quelli che rivendicano il bisogno di un’uscita quotidiana all’aria aperta per bambini e ragazzi, due fazioni opposte e agguerrite. E chi difende l’idea della quarantena dura usa quasi sempre le stesse parole: Due settimane a casa non hanno mai ucciso nessuno.
Ma la situazione è molto, molto più complicata di così.

La rete dell’Alleanza per l’infanzia, ha ad esempio chiesto di aprire gli occhi sulla condizione che stanno subendo bambini che già prima dello scoppio dell’epidemia vivevano in condizioni di grave povertà sociale ed educativa. Ci sono, in questo momento, in Italia, bambini che vivono con altre 5 persone in 40 metri quadri; figli di coppie che stavano divorziando costrette alla convivenza forzata; bambini che perderanno un totale di due mesi di scuola perché non hanno il computer o non hanno il wifi; bambini ai quali i genitori non sono in grado di spiegare cosa stia succedendo, e che stanno sviluppando per questo ogni tipologia di paranoia e ansia; bambini costretti a convivere 24/7 con genitori violenti, o tossicodipendenti in crisi d’astinenza; bambini che vivono in case dove non arriva la luce del sole; bambini che hanno soltanto la televisione e neanche un giocattolo; bambini che vivono in case senza riscaldamento o con i vetri delle finestre rotti e tappati con il cartone; bambini figli di famiglia monogenitoriale la cui mamma lavora come badante e li lascia da soli l’intera giornata (e a volte la notte); bambini con il papà in carcere in situazione di sovraffollamento e rischio elevatissimo di contrarre il virus; bambini figli di famiglie che lavoravano in nero che si sono trovati di colpo senza neanche un euro per comprare da mangiare; bambini disabili senza aiuto esterno. E la lista, dolorosissima, potrebbe occupare ancora molte righe.

Ma ci sono anche i bambini più fortunati: quelli che convivono in case attrezzate e almeno un genitore a casa che ha il tempo di occuparsi di loro. Che hanno un computer per seguire le lezioni, e giocattoli con cui passare il tempo. Anche per loro, la situazione di reclusione è in ogni caso estremamente pesante.

Così come, nel decreto, è stato preso in considerazione il bisogno dei cani di uscire, sarebbe stato quindi sensato (e lo sarebbe ancora: non è mai troppo tardi, anche se in parte le Procure della Repubblica stanno iniziando a dettagliare, ma sempre senza citare i minori) che uno spazio della riflessione emergenziale riguardasse anche la necessità dei bambini di uscire a respirare l’aria alla luce del sole, dirsi ciao (da lontano) con altri esseri viventi che non siano mamma e papà, guardare un orizzonte che non sia quello della finestra della cameretta, scoprire che il mondo fuori continua ad esistere – anche se diverso da prima – e non è solo quella tragica sequenza di ambulanze che mostra la televisione. Sarebbe ovviamente necessario regolamentare le uscite, è ovvio, e imporre ogni possibile precauzione per evitare che l’attenzione nei confronti dei bambini comporti un aggravamento della situazione sanitaria.

Essersi dimenticati di esplicitare e regolamentare la risposta ai bisogni dei bambini in questa situazione di emergenza, invece, significa lasciare alla libera interpretazione dei regolamenti sia i genitori che la polizia.
E le libere interpretazioni, in questi casi, portano sempre con sé le soluzioni peggiori, oltre che il più alto grado di stress.

I genitori che interpretano il dpcm considerando che lasci la libertà di fare una passeggiata con il bambino si scontrano non soltanto con mamme e papà che li additano come criminali e untori, ma anche con polizia e vigili urbani che spesso sono invitati ad applicare il decreto con uno sguardo più restrittivo, imponendo ai genitori con il bambino di tornare a casa. D’altra parte, i genitori che invece interpretano in modo rigoroso il mandato si trovano e si troveranno a gestire le conseguenze dell’isolamento sui propri bambini. Non sono conseguenze superficiali: stiamo parlando di un trauma profondo che rischia di segnare un’intera generazione, che prevedibilmente allargherà enormemente la forbice sociale, comporterà uno spaventoso aumento delle ansie diffuse e il rischio di una paralisi dei desideri, e che aumenterà le percentuali di abbandono scolastico per molti anni a venire, tra chi non sta acquisendo in questo momento i prerequisiti fondamentali alla carriera scolastica.

I traumi dei bambini nati tra il 2006 e il 2019 sono e saranno effetti collaterali – termine che non a caso si usa per le guerre – di questa situazione di profonda emergenza. Un’emergenza sanitaria che era, ed è, necessario arginare con manovre dure che comportano conseguenze anche gravi su ogni fronte, ma che – lo ripetiamo ancora – andrebbe fatta conciliare con la necessità di proteggere i più fragili su tutti i fronti, oltre al primario aspetto sanitario.

Sarebbe quindi necessario e urgente costruire una task force composta da esperti che inizino a immaginare come ridurre le conseguenze negative e traumatiche che questa situazione sta facendo pesare sulle spalle dei più piccoli: soluzioni applicabili già nell’emergenza, e soprattutto, dopo. Quando, proprio come nelle guerre, sarà necessario avviare la ricostruzione.

Ascolta l’intervista a Vanessa Niri tratta dalla 2° Assemblea Radiofonica di RadiogrAMma:

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