Bio

marzo-maggio 2003 – La genesi
Il Laboratorio sociale occupato Buridda nasce l’11 maggio del 2003. La guerra globale permanente, iniziata nel 2001, prende la forma della seconda guerra del golfo e ad occupare l’edificio di Via Bertani 1, abbandonato da 10 anni, sono alcune delle componenti di quel movimento che a questa guerra si oppone. Questo movimento affonda le sue radici nei giorni del G8 di Genova e nasce dal confronto tra diverse realtà sui temi della globalizzazione capitalistica, del rifiuto della guerra, dello sviluppo sostenibile, della necessità di reddito garantito in contrasto alla precarizzazione diffusa e della necessità di spazi sociali dove costruire una società diversa. A farne parte a Genova sono i centri sociali, ma anche Rifondazione Comunista, componenti ambientaliste, anarchiche e pacifiste nonché molti studenti. L’occupazione come atto di protesta tangibile contro questa guerra parte con una prima esperienza a marzo dello stesso anno: viene preso per una settimana uno stabile di Via Milano (l’attuale Holiday Inn). Lo stabile è infatti di proprietà del gruppo Carlyle, immensa multinazionale tra i cui azionisti spiccano i nomi delle famiglie Bush e Bin Laden. Da questa esperienza il movimento esce rafforzato nella convinzione di avere l’esigenza di un luogo fisico dove costruire attività, comunicazione e soprattutto alternativa possibile.
La mattina dell’11 maggio viene quindi occupata l’ex Facoltà di Economia di via Bertani. Lo stabile, di proprietà dell’Università di Genova è vuoto ed in stato d’abbandono da parecchi anni. Al suo interno gli occupanti trovano un patrimonio di migliaia di libri che l’Università con imbarazzo si affretta a portare via dopo pochi giorni. Qualche settimana dopo viene scelto il nome Buridda (dalla tipica e varia zuppa di pesce alla genovese) ad indicare la diversità delle componenti che partecipano all’occupazione “in un unica ed ottima zuppa”.

Via Bertani – la creazione
Inizialmente il progetto fondante dello spazio è basato sull’idea di costruire una radio popolare. In poche settimane la radio viene messa in piedi e con il nome di Radio Babylon inizia a trasmettere in FM in un’area ristrettissima che, oltre alle zone limitrofe all’edificio stesso, copre appena qualche via del centro storico. Radio Babylon però non ha il tempo di svilupparsi. Dopo neanche due mesi dall’inizio delle trasmissioni la polizia postale effettua un blitz e guidata da Spartaco Mortola ( ex dirigente di piazza al G8 del 2001) sequestra tutto il materiale atto alla trasmissione adducendo la motivazione (mai effettivamente accertata) che la radio creasse interferenze sulle frequenze di trasmissione dei vigili del fuoco di Savona. Nonostante questo primo forzato stop, via Bertani resta occupata. Il Buridda si apre alla città ed offre i suoi immensi spazi a chi ne ha bisogno per portare avanti progetti sociali, culturali o di aggregazione. In poco tempo si riempie di persone ed attività ed in pochissimi anni diventa un punto di riferimento nel panorama culturale della città. Decine se non centinaia sono i laboratori ed i gruppi che si sono avvicendati nelle stanze della Buridda: gruppi teatrali, laboratori di artigianato quali cucito e falegnameria, aule studio, aule di prova e di registrazione musicale, laboratori di informatica, laboratori di autoproduzione, gruppi di promozione di eventi musicali, il primo fab lab italiano, una palestra popolare di boxe ed una di arrampicata per citarne alcuni. Al Buridda con costanza vengono anche organizzati concerti ed eventi culturali di grande richiamo come ad esempio il Critical Wine: fiera dei piccoli produttori di vino che si tiene tutti gli anni in svariate parti d’Italia e che fa riferimento all’omonima organizzazione fondata da Umberto Veronelli per rilanciare una coltivazione ed un consumo sostenibili e di qualità al di fuori delle logiche del mercato e della grande produzione.

Autogestione – costruzione dell’alternativa.
In più di dieci anni di occupazione questo spazio è riuscito a rispondere alle esigenze di una parte importante della città. Attraverso l’autogestione è riuscito ad aggregare pezzi di generazioni diverse che si ritrovano nella comune voglia di fare e creare al di fuori degli schemi standardizzati del consumismo imperante.
Il Buridda non è solo un luogo. E’ uno spazio, fatto di persone, che non accetta lo stato di cose e costruisce giorno per giorno un modo per cambiarle creando un’alternativa possibile. Per questo ha saputo assumere un ruolo fondamentale nel tessuto collettivo cittadino ed è sentito come uno di quei beni comuni nel nome del quale ci si può permettere di agire.

Confronto con le istituzioni
Fin dai primi giorni di occupazione le istituzioni hanno guardato al Buridda come ad un enorme fastidio da nascondere sotto i mille faldoni delle problematiche di Genova o da prendere a muso duro per toglierlo di mezzo.
Sono tre i sindaci che si sono succeduti sulla poltrona di palazzo Tursi da quel giorno di maggio del 2003.
Pericu aveva già rappresentato la città nelle difficili giornate del luglio 2001. Appena saputo che lo stabile occupato dai collettivi che dopo poco assumeranno il nome di Buridda, era di proprietà dell’Università ha tirato un lungo sospiro di sollievo, ma non ha esitato ad acquisire via Bertani pochi giorni prima della fine del suo mandato.

Dopo i primi tempi trascorsi grazie alla politica del “ci sei ma non ti vedo” dell’amministrazione comunale, e l’acquisizione da parte del comune di Genova della proprietà di Via Bertani 1 inizia un lunghissimo periodo in cui l’edificio della Buridda sembra essere la panacea di ogni buco di bilancio dell’amministrazione comunale.

L’avvento della sindaco Marta Vincenzi segna un cambiamento importante dell’atteggiamento delle istituzioni nei confronti del laboratorio sociale di via Bertani.
Inizia una lunghissima ed estenuante trattativa che vede coinvolti tutti gli spazi sociali genovesi. Ovviamente la chiave di volta di questa fase è l’ex facoltà di economia che secondo i calcoli della Vincenzi deve portare nelle casse del comune oltre 12 mln di euro.

Questi soldi negli anni sarebbero serviti a molte cose: ripianare il debito di AMT, permettere di tenere aperti gli asili nido comunali, garantire il trasporto dei disabili, aiutare le vecchiette ad attraversare la strada e salvare qualche gattino intrappolato sui numerosi alberi cittadini.

Risultato di questa messa in vendita dopo 7 anni dall’uscita del primo bando:
stabile di nuovo abbandonato e costo piombato al di sotto dei 4 mln di euro. (purtroppo molti gatti non ce l’hanno fatta).

Il Buridda insieme agli altri spazi sociali genovesi partecipa alla trattativa e contribuisce a fondare l’associazione per la promozione degli spazi sociali autogestiti presieduta da Don Andrea Gallo. L’obiettivo è comunque ambizioso: regolarizzare, senza svenderne il senso, i 4 storici centri sociali occupati genovesi e trovare una nuova casa per il Buridda nel centro della città.
La trattativa va avanti per anni e non è esaustiva delle richieste di tutte le parti in campo; si giunge a delle assegnazioni parziali e alla definizione di un iter per il trasferimento del laboratorio Buridda al mercato del Pesce (sede designata che avrebbe garantito la sopravvivenza di tutte le attività/laboratori presenti in via Bertani).
Ma il mandato della prima sindaco donna della Superba volge al termine, travolta da un ondata di piena del Fereggiano e da anni di speculazione edilizia sui fiumi genovesi. Marta Vincenzi perde le primarie e si vede estromessa dalla corsa per la riconferma a Tursi.

Al suo posto appare dalle pieghe della storia Marco Doria: il marchese rosso, che, per tutto il corso della sua campagna elettorale si fa portavoce di temi come partecipazione, democrazia diretta e difesa dei beni comuni.
Per la prima volta entra a Tursi un sindaco che è anche proprietario del palazzo, e ci entra come alfiere della Sinistra (arancione) di Genova.
Bastano pochi mesi per capirne l’inconsistenza. La trattativa così come sopra descritta viene immediatamente interrotta ed affossata, il nuovo approccio è “chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato…”
Appare lampante quasi da subito come sarà la strada che i genovesi dovranno affrontare con questo sindaco fantoccio.
In questi anni la città vive momenti intensi di difficoltà sociale con le mobilitazioni dei lavoratori del trasporto pubblico, degli operai di Fincantieri, di Piaggio della Ericsson e dell’ILVA; con la prospettiva di un disastro ambientale incombente a Scarpino, un’ulteriore alluvione e un fiume di cemento che si riversa sulle vallate genovesi sotto forma di Gronda e Terzo valico.
Ma la ciliegina sulla torta dell’amministrazione è senza ombra di dubbio l’atteggiamento tenuto durante e dopo lo sgombero coatto del laboratorio sociale dalla sua casa di via Bertani avvenuta i primi giorni di giugno del 2014. Da quel giorno è diventato il sindaco che non sa le cose, anzi a volte dà proprio l’impressione di non sapere di essere sindaco.

4 giugno 2014 – lo sgombero
I ragazzi del collettivo Buridda vengono sgomberati dallo stabile di Via Bertani. lo sgombero è avvenuto all’alba, improvviso ma non inaspettato, con un’imponente operazione di polizia che ha portato alla protesta centinaia di persone. Nei giorni successivi la campagna “Salviamo il Buridda” lanciata on line e su Facebook ha coinvolto più di 5mila persone e centinaia sono stati i selfie di solidarietà “io sto con il Buridda #Buriddavive.
Ma il Buridda non è rimasto a lungo senza casa nelle settimane che hanno portato alla nuova occupazione di Corso Montegrappa 39.

5-13 giugno – I giorni del Buridda
il 7 giugno i ragazzi rioccupano in centro storico la scuola Garaventa, vuota da più di sei mesi per il trasferimento delle elementari in Piazza delle Erbe. La Garaventa verrà simpaticamente chiamata “soffritto”, come il passo fondamentale precedente alla preparazione della Buridda di Seppie. (Perché i genovesi lo sanno, le cose si fanno bene, o non si fanno).
L’intenzione comune è infatti quella di riappropriarsi di uno spazio dove far rinascere e crescere il collettivo e le sue attività.
Gli occupanti lanciano quindi la data del 14 giugno per un grande e colorato corteo.

14 giugno 2014 – la street parade
Più di duemila persone, un fiume di energia, creatività, rabbia ha invaso le strade di Genova e per la prima volta in questa città è stato un intero corteo a rimpossessarsi degli spazi di cui aveva bisogno.
La questura teme un tentativo di rioccupazione di Via Bertani per cui polizia e carabinieri invisibili nel corteo presidiano i cancelli e gli accessi dell’ex facoltà di economia.
Nelle strade però si balla e si canta. Il corteo si arresta in piazza Manin e poi riparte a passo svelto verso corso Montegrappa e si ferma davanti ad un grande edificio abbandonato. Si aprono i cancelli e i ragazzi del Buridda invadono la struttura. E’ l’ex Magistero, all’incrocio con Via Montello, inaugurato da Mussolini in persona in epoca fascista, di proprietà dell’Università e lasciato vuoto da anni. E’ la dimostrazione lampante di quanto, laddove non si vedono le possibilità di speculazione, le risorse delle nostre città non vengano prese in considerazione.

Corso Montegrappa 39
La struttura è fatta di tre piani e di una vasta area esterna comprensiva di tre fasce di terreno.
Anche qui come era successo in via Bertani gli occupanti ritrovano un patrimonio di libri e di attrezzature dell’Università lasciati in stato di abbandono.
La sera si presidia e si festeggia, poi già dal giorno successivo iniziano i lavori per sistemare la nuova sede.

In Buridda vecchi e nuovi laboratori hanno trovato casa, il collettivo sempre mutevole e fluido negli anni di via Bertani dopo lo scossone dello sgombero ha trovato una sua identità, e continua la costruzione di una realtà etica, creativa e libera, fuori dai costrutti sociali tradizionali, basata sull’autogestione, l’impegno e la partecipazione. Basata su principi di antisessismo, antifascismo e antirazzismo, valorizzando il recupero e non la distruzione, mettendo in pratica quotidianamente politiche di inclusione, e contro lo spreco di risorse per dimostrare nei fatti che insieme tutto si può fare.

2016 – un nuovo pericolo all’orizzonte
Purtroppo la storia è ciclica, il capitalismo è miope e perennemente in cerca di risorse e le istituzioni non hanno fantasia.
Per cui a marzo 2016, dopo alcuni mesi di preavviso, al Buridda viene staccata la luce. E’ l’annuncio di una nuova minaccia di vendita, stavolta da parte dell’Università che si è accorta di avere un patrimonio immobiliare dopo 15 anni di abbandono.

Con la forza di volontà e i saperi accumulati negli anni, il collettivo a lume di candela, si rimbocca le maniche, riallaccia la corrente e trova il modo per essere parzialmente indipendente dal consumo a pagamento, attraverso l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili.

Seguono alcuni momenti di dialogo del collettivo con il Rettore, ma appare chiaro dalle prime battute che l’Università annaspi guidata dalle ragioni economiche e non sappia trovare alternative ad un nuovo sgombero per mettere in vendita l’immobile.

Maggio 2016 – L’Immobilare Buridda
Di fronte alla possibilità di una nuova gara di vendita milionaria dello spazio, Buridda si fa ironica e risponde con manifesti pubblicitari fingendosi realtà immobiliare. A quanto pare le istituzioni hanno usufruito dei servizi di rivalutazione dei propri immobili, resi vivi e appetibili per ricchi compratori negli anni dai ragazzi del Buridda; servizi che, come da tradizione, sono stati offerti gratis.

Agosto-Settembre 2016 – L’asta e la Parata medievale
A metà agosto le intenzioni di vendere la sede dell’Ex Magistero diventano reali: l’università pubblica un bando d’asta con prezzo fissato a quasi 3milioni di Euro, e si fa strada la voce che i possibili compratori siano membri della setta religiosa oscurantista dei Mormoni, alla ricerca di un luogo di culto in centro città.
Il 19 settembre, a due giorni dallo scadere del primo bando, il Buridda presenta la sua offerta di acquisto all’Università in una maniera nuovamente originale e beffarda: un’ironica parata dal sapore medievale che attira l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica, dove l’energia, la creatività, le idee, il lavoro di tutti e la voglia di trasmettere cultura e ideali potessero esplodere per denunciare l’ennesima pagliacciata delle autorità.
La parata si è conclusa presso la sede del rettorato, dove i ragazzi del Buridda in delegazione storica hanno rovesciato in dobloni di legno (rigorosamente autoprodotti) la loro offerta: “cultura demercificata per la totalità de lo populo di codeste terre, per uscir in fine da lo medioevo mental che appesta il nostro vivere”.

Ottobre 2016-Gennaio 2017 – La seconda asta
Il 16 gennaio è scaduto il secondo bando di vendita, andato anch’esso deserto, e ora si attende il terzo atto con il bando che abbasserà il valore dell’immobile del 20%, per agevolarne l’acquisto, a conferma dell’unica volontà delle nostre istituzioni: reprimere ogni tentativo di autorganizzazione e limitare gli spazi di libera espressione per ottenere profitto.
La dinamica di annientamento di queste realtà è quella che ci vorrebbe spettatori passivi alla società del denaro che si consolida.
Tutto questo è in atto ora, possiamo accettare di subirlo o attivarci per creare il cambiamento che vorremmo.

“Siamo pronti, oggi come ieri, a lottare per esistere.
A difendere ciò che abbiamo costruito per riprenderci ciò che ci spetta. Perché quello che abbiamo è solo una piccola parte di ciò di cui abbiamo bisogno”.